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LE MILLE TRAPPOLE DEL “NON C’HO VOGLIA”



Quante volte in una giornata, in una settimana, in un mese, in un anno, diciamo “non c’ho voglia”? Quante volte lo diciamo in relazione a qualcosa che inizialmente vorremmo fare? Sembrano domande irrilevanti, invece non lo sono affatto, perché dire “non c’ho voglia” e metterlo in pratica rinunciando a qualcosa che si vuole significa annullare un desiderio, e i desideri sono uno degli ingredienti principali della nostra felicità. Mi spiego meglio con un esempio banale ma che rende l’idea. I miei amici mi invitano a uscire, non li frequento da un po’ di tempo e ho tanta voglia di vederli, però fuori fa freddo, poi dovrei prendere la macchina, affrontare il traffico, poi il parcheggio….meglio stare a casa, alla fine è più comodo, rispondo “ragazzi non c’ho voglia, non esco”, convincendomi magari che desideravo autenticamente restare a casa. Ecco la prima trappola: rimanere a casa non rappresenta un desiderio, qualcosa che voglio, quanto piuttosto una scelta dettata dalla pigrizia, dal non voler accettare una dose di fatica necessaria per realizzare quello che originariamente era un desiderio. Dirsi “voglio” e poi successivamente “non c’ho voglia” è dannoso per due ordini di ragioni: porta a uccidere quello che in origine era un desiderio e crea confusione dentro di noi, in quanto confondiamo il “non voglio” per assenza di desiderio (funzionale) con il “non voglio” per pigrizia (disfunzionale). Questo rappresenta un pericolo, in quanto stiamo dicendo a noi stessi: “non ce la fai a soddisfare i tuoi desideri”, “i tuoi desideri non sono così importanti”, “un desiderio che comporta fatica può anche non essere realizzato”. Stiamo ridimensionando l’importanza dei desideri che, ribadisco, sono fondamentali per il nostro benessere e per dare colore e sostanza alla nostra vita. Inoltre privilegiando la pigrizia mentale al desiderio sto creando un pericoloso precedente: una volta non uscirò con gli amici perché devo prendere la macchina, un’altra non andrò al cinema perché tanto posso vedere il film in streaming, un’altra volta non inizierò il corso di teatro perché è più comodo rimanere con le stesse passioni di sempre; in questo modo addestreremo la nostra mente a frapporre un “non c’ho voglia” a un desiderio e il nostro corpo a sentire fatica prima ancor prima della gioia e del piacere intrinseco al desiderio. Troveremo sempre ottime scuse per evitare e rinunciare, così facendo non amplieremo i nostri orizzonti per la paura di tollerare l’incognita della novità. A questo proposito, quante volte diciamo per esempio “non c’ho voglia di conoscere nuove persone, sto bene con i miei amici”, oppure “non c’ho voglia di andare in posti nuovi, mi piacciono quelli che frequento” quando in realtà dietro quel “non c’ho voglia” si cela la paura, paura di non essere all’altezza, di essere giudicati, di uscire dalla confort zone e di non farcela. Non solo rimandiamo, poi rifiutiamo ed evitiamo, ma ancora una volta mentiamo a noi stessi, ci inganniamo, non diciamo “maledizione, ho rinunciato a un mio desiderio o a un mio bisogno e per questo sono triste, deluso, arrabbiato con me stesso”, invece diciamo “ho fatto quello che desideravo, non ho nulla da rimproverarmi”, sbagliamo senza renderci conto di sbagliare e perpetriamo l’errore. E così facendo rimaniamo incastrati tra i nostri desideri, tra il nostro bisogno di sperimentare, di cambiare, che si scontra con la paura di aprire nuove porte, di accogliere nuove sfide, la paura di affrontare le nostre paure. I desideri sono come piante, hanno bisogno di essere coltivati e alimentati con cura, altrimenti muoiono, e con loro ci appassiamo anche noi. Credo che i “voglio” per acquisire valore e sostanza debbano essere accompagnati da un “devo”, proprio a indicare lo sforzo, la determinazione, l’energia nel cercare di realizzare ciò che desideriamo, altrimenti rimangono semplicemente dei “vorrei”, “mi piacerebbe”, che ben presto diventano dei “vorrei, ma…” fino a diventare “no, non c’ho voglia”.

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